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"Noi tutti siamo peccatori: tutti. Abbiamo peccati. Ma la calunnia è un’altra cosa. E’ un peccato, sicuro, ma è un’altra cosa. La calunnia vuole distruggere l’opera di Dio; la calunnia nasce da una cosa molto cattiva: nasce dall’odio. E chi fa l’odio è Satana. La calunnia distrugge l’opera di Dio nelle persone, nelle anime. La calunnia utilizza la menzogna per andare avanti. E non dubitiamo, eh?: dove c’è calunnia c’è Satana, proprio lui”. (Papa Francesco, 15 Aprile 2013)

L'interessante articolo di Luca Basilio Bucca, esponente di Alleanza Cattolica in Sicilia, pur se di qualche anno fa merita di essere pubblicato e letto per gli spunti di meditazione che offre, sul tema autonomia e federalismo, in questa fase storica, culturale e politica della Sicilia, dell'Italia e dell'Europa.

L'articolo originale è qui

 

Il tema che mi è stato chiesto di trattare, quello del federalismo, è a me particolarmente caro. Infatti faccio parte di Alleanza Cattolica, un’associazione che si occupa dello studio e della diffusione della Dottrina Sociale della Chiesa.

Dottrina Sociale della Chiesa che ha tra i propri principi fondamentali, insieme al principio di solidarietà e al primato della persona umana, proprio il principio di sussidiarietà che, come cercherò di mostrarvi, è fondamentale anche per un sano federalismo.

Il principio di sussidiarietà, infatti, si realizza nel lasciare libertà alle persone e ai corpi intermedi di agire per il soddisfacimento dei propri bisogni, con l’intervento degli organismi superiori solo nella misura in cui quelli inferiori non siano in grado di provvedere autonomamente.

Capite bene, dunque, come non possa esistere vero federalismo senza sussidiarietà. Cosa bisogna intendere allora per federalismo? Spazziamo immediatamente il campo da alcuni possibili equivoci. Il federalismo non è decentramento, non è la concessione che lo stato centrale fa alle sue periferie. Il federalismo nasce dal basso, nasce dai popoli, nasce da quelle persone che condividono gli stessi luoghi, che si ritrovano nella stessa piazza e pregano nella stessa chiesa, che vivono insieme le gioie e le difficoltà della vita comune e che in una maniera che definirei naturale si identificano come comunità, come polis.

Sono le famiglie e le persone che formano le basi della comunità sociale, le basi dei popoli. E i popoli nella loro autonomia decidono di stipulare un patto, un foedus, da qui federalismo, cedendo parte della propria sovranità per riceverne dei benefici, primo fra tutti la difesa e la salvaguardia della propria autonomia e della propria identità.

Attenzione, così inteso il federalismo è un sistema che si regge dal basso, lo stato centrale esercita un potere soltanto e fin quando gli è concesso dalle realtà federate e nella misura in cui queste realtà hanno deciso di concederlo. Esistono dunque due elementi, i popoli federati e il potere centrale, ma non sono due forze equivalenti, i federati preesistono al potere centrale che ad essi è subordinato e che deve servire.

È poi necessario che vi sia equilibrio tra queste due forze: Stati troppo forti e potere centrale debole o viceversa potere centrale forte e Stati troppo deboli renderebbero il federalismo incompleto o squilibrato, o peggio esporrebbero i popoli federati al pericolo grave di vedersi usurpare i propri diritti da un potere centrale divenuto illegale e abusivo. Se qualcuno sta già pensando in questo senso a certe istituzioni siciliane, italiane ed europee, beh sì, effettivamente anche qui oggi esistono dei poteri abusivi che andrebbero sfrattati.

Mi viene in mente a tal proposito il pensiero di un capo vandeano, che durante l’insorgenza contro i rivoluzionari francesi che attaccarono le tradizioni e le culture locali, si esprimeva così: “La nostra Patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra Patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re. Ma la loro patria, che cos’è? Lo capite voi? Vogliono distruggere i costumi, l’ordine, la Tradizione. Allora, che cos’è questa patria che sfida il passato, senza fedeltà, senz’amore? Questa patria di disordine e irreligione? Per loro sembra che la patria non sia che un’idea; per noi è una terra. Loro ce l’hanno nel cervello; noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida. E’ vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e che vogliono fondare sull’assenza di Dio. Si dice che siamo i fautori delle vecchie superstizione. Fanno ridere! Ma di fronte a questi demoni che rinascono di secolo in secolo, noi siamo la gioventù, signori! Siamo la gioventù di Dio. La gioventù della fedeltà”.

Ecco, spero che in questa sala oggi, davanti a me ci sia gente con questo stesso spirito, ci sia una gioventù della fedeltà che voglia prendere in mano il proprio destino e quello della propria patria!

Fin qui ho cercato di proporvi alcuni elementi generali sempre utili per inquadrare temi più specifici. E il tema di oggi è in particolare l’anima federalista della Sicilia. Possiamo affermare che la Sicilia, già sede del Parlamento più antico, proclamato nel 1140, ha un’anima federalista da sempre.

Si pensi alle conseguenze dei Vespri siciliani del XIII secolo e alle successive guerre del Vespro, che portarono alla cacciata degli Angioini e alla definizione di nuovi rapporti con gli Aragonesi che, a ben guardare, avevano già alcuni elementi di tipo federale.

Si pensi ancora al Regno delle Due Sicilie, all’interno del quale i regni di Napoli e di Sicilia, sebbene governati dal 1735 dallo stesso sovrano Borbone e considerati in Europa come un’unica potenza, hanno continuato a mantenere istituzioni autonome fino al 1816.

Più di recente nel XIX secolo, fu vivo il dibattito federalista nell’isola. Vi elenco solo qualche nome, ma la lista sarebbe ben più lunga, con personalità spesso di idee ed estrazione culturale assai diverse tra loro, ma resi vicini da un comune pensiero federalista e dalla comune patria siciliana.

Don Gioacchino Ventura (1792-1861), palermitano, entrò in contatto con il pensiero di autori cattolici contro-rivoluzionari come De Maistre e De Bonald, fu critico verso la rivoluzione francese condividendo le riflessioni dell’angloirlandese Edmunde Burke, e nell’ambito dei suoi interventi politici si mostrò favorevole alla creazione di uno Stato federale italiano.

Vito d’Ondes Reggio (1811 – 1885) strenuo difensore delle autonomie regionali contro lo Stato accentratore e tra i protagonisti della nascita dell’Opera dei Congressi.

E ancora Francesco Paolo Perez (1812-1892), divenuto tra l’altro anche sindaco di Palermo, o l’economista Francesco Ferrara (1810 – 1900).

Ho scelto di citare questi uomini in particolare perché questi furono alcuni politici e intellettuali con i quali si confrontò un altro personaggio importante del federalismo siciliano sul quale vorrei soffermarmi maggiormente.

Mi riferisco a don Luigi Sturzo (1871 – 1959), già sindaco di Caltagirone e fondatore del Partito Popolare Italiano, figura della quale ho avuto modo di approfondire il pensiero e le azioni grazie allo sprone di qualche amico che colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta, perché mi ha permesso di scoprire sull’argomento qualcosa di prezioso e ancora attuale, da conoscere e da mettere in pratica.

Certamente in Sturzo il tema del meridione e del federalismo lo si trova fin dall’inizio del suo impegno politico, ben prima della fondazione del Partito Popolare e del suo “Appello ai liberi e forti” dove pure richiama questi concetti.

A 29 anni, nel 1901, scrive un famoso articolo su “Il Sole del Mezzogiorno” intitolato “Nord e Sud. Decentramento e federalismo”. Ve ne leggo un passo: “è tempo ormai di comprendere come gli organismi inferiori dello Stato non sono semplici uffici burocratici o enti delegati, ma hanno e devono avere vita propria, che corrisponda ai bisogni dell’ambiente, che sviluppi le iniziative popolari, di impulso alla produzione ed al commercio locale. E così solamente la questione del nord e del sud piglierà la via pratica di soluzione e senza odi e rancori”.

Ne continuò a scrivere fino agli ultimi anni del suo impegno politico e della sua vita, quando nel dopoguerra, tornato in Italia, decide di non aderire a nessun partito, neanche a quello che utilizzò il simbolo che era stato del Partito Popolare Italiano e che diceva di ispirarsi a lui, ma che di fatto si spingeva verso posizioni di centralismo e verso un’apertura a sinistra che Sturzo non poteva certo condividere. Ricordo tra i tanti alcuni articoli pubblicati a metà degli anni ’50 su “Il Giornale d’Italia”, suggestivi già nel titolo: “Uno Stato sempre più invadente”, “Non vogliamo la partitocrazia”, e ancora, quest’ultimo scritto quattro mesi prima della sua morte, “Fiscalismo, statalismo, pauperismo”.

Non ci sorprendano questi titoli forti, del resto Sturzo vedeva crescere sempre più tre “male bestie” – così le definiva – e le denunciava con coraggio. Le tre male bestie erano lo statalismo, la partitocrazia e lo spreco di denaro pubblico.

Qual è per Sturzo dunque la soluzione? La federalizzazione delle regioni che lasci intatta l’unità dello Stato. Sturzo non pensava una Sicilia separatista ma autonoma in un’Italia federata. Sturzo pensava uno Stato strutturalmente unitario e organicamente regionalista. Pensava l’ente locale come parte autonoma di uno stato organico.

Forma peculiare del federalismo sturziano era il Municipalismo. Ne fece addirittura un programma, il “Programma municipale” e lo presentò al primo convegno dei consiglieri cattolici siciliani nel 1902 a Caltanissetta.

Sturzo proponeva un modello di Municipio che fosse ente autonomo concreto, vicino e trasparente. Un ente che avesse il ruolo di primo corpo intermedio territoriale anche attraverso la promozione di strutture di rappresentanza e partecipazione popolare. Un ente non burocratizzato, che si occupasse del sostegno materiale e morale delle famiglie, dell’istruzione delle persone e dello sviluppo sociale, culturale ed economico.

Ma Sturzo non era neanche uno sprovveduto, sapeva bene che là dove si gestisce il potere il rischio di cedere a comportamenti inadeguati è forte. E allora voleva anche che si predisponessero strumenti adeguati per prevenire e reprimere i comportamenti illegali o criminali, diciamocelo pure, mafiosi, eventualmente assunti dagli amministratori nello svolgimento del loro mandato. Del resto per Sturzo non poteva esistere uno stato forte se non fondato su autonomie locali sane, oneste e ben organizzate.

Lo stesso discorso poi veniva ampliato da Sturzo alla dimensione europea e con lungimiranza guardava non solo all’Europa continentale ma anche all’area euromediterranea, all’interno della quale comprendeva bene come la Sicilia, per posizione geografica, ma anche per la sua storia e per la sua cultura, diventava necessariamente luogo strategico di incontro tra nord e sud e tra oriente e occidente.

A questo punto sorge spontanea una domanda: se tanti intellettuali, interpretando il sentire del popolo e assecondandone l’indole culturale, in Sicilia come nel resto d’Italia, avevano pensato un’Italia federata, cosa è andato storto?

Proverò a rispondere anche a questa domanda. Certamente il siciliano, come il romano o il milanese, non aveva difficoltà a riconoscersi italiano anche prima dell’Unità d’Italia. L’Italia, esisteva già da molti secoli come unità culturale e linguistica, pur nella diversità delle sue componenti, essendosi formata in seno alla Cristianità, nei secoli del Medioevo. Già Dante nella Divina Commedia riconosceva l’Italia come realtà unitaria e la evocava come il “Bel Paese”. In Italia più che altrove si era vissuto l’incontro fra romanità, grecità e cristianesimo che è infondo sintesi dello spirito europeo. Gli italiani avevano già un ethos comune. Gli italiani vivevano già il senso dell’appartenenza nazionale e l’attaccamento alla comunità locale. E ciò emergeva anche nei momenti di difficoltà.

Vi faccio un esempio. Leggo un passo dal libro di Niccolò Rodolico, “Il popolo agli inizi del Risorgimento nell’Italia meridionale”, che ci mostra come quando ancora non esisteva l’Italia unita, esistevano già gli italiani che difendevano i confini della loro patria da nord a sud contro il comune nemico, anche in assenza di capi.

Si potrebbero qui richiamare tanti altri episodi della storia italiana. Gli 800 Martiri di Otranto, per esempio, che nel 1480 offrirono la loro vita per difendere la loro fede, la loro terra e tutta la Cristianità dall’invasione islamica. Oppure Andreas Hofer, oste della Val Passiria, che nel 1809 guidò il popolo tirolese nell’insorgenza contro la Baviera.

Badate, la storia ci è maestra e ieri come oggi c’è un popolo fiero che ha bisogno di guide, di capi, di classi dirigenti.

Il Rodolico ci racconta intanto qui dell’invasione giacobina. Leggo: “Quando i reggitori della Repubblica di San Marco, tremanti di paura alle minacce francesi, strappavano le gloriose insegne del leone alato, e supplicavano pace, i contadini del veronese gridavano Viva San Marco! e morivano per esso in quelle Pasque che rinnovarono i Vespri. Quando, sotto il cumulo di umiliazioni patite da prepotenti francesi e da giacobini paesani, Carlo Emanuele avvilito abbandonava Torino, i montanari della Alpi, i contadini piemontesi e monteferrini, continuavano disperatamente la resistenza allo straniero. Quando nella Lombardia gli Austriaci si ritiravano incalzati dai Francesi, i contadini lombardi a Como, a Varese, a Binasco, a Pavia, osavano ribellarsi al vittorioso esercito del Bonaparte, sfidando la ferocia della sua vendetta. Quando il mite Ferdinando III di Toscana era licenziato dai nuovi padroni, e i nobili fuggivano, e i Girella, democratici improvvisati, venivano fuori con la coccarda tricolore, i contadini toscani insorgevano al grido di Viva Maria!. Quando nelle Marche scappavano generali e soldati pontifici e il vecchio Pontefice arrestato era condotto via da Roma sua, non i Principi cattolici osarono protestare, non Roma papale insorse, ma i contadini dai monti della Sabina alle marine marchigiane caddero a migliaia per la loro fede e per il loro paese. Quando vilmente il Re di Napoli con cortigiani, ministri e generali fuggiva all’avanzarsi dello Championnet, soli, i montanari degli abruzzi, i contadini di Terra di Lavoro, i Lazzaroni di Napoli si opposero all’invasore in una lotta disperata e sanguinosa”.

Questo passo appena letto ci mostra la vera Italia, la nostra Italia, l’Italia dei popoli, dalla Sicilia alle Alpi! Attenzione! Unificare l’Italia diveniva certamente necessario per fronteggiare le sfide dello scenario internazionale che si andava delineando nell’800. Su questa necessità, però, si inserirono forze interne ed esterne che indirizzarono la storia in una diversa direzione. Le forze risorgimentali infatti furono eterodirette da quelli che possiamo definire i poteri forti di quell’epoca (e probabilmente non solo di quell’epoca a ben guardare), la massoneria e la finanza internazionale, che ritenevano più controllabile uno stato centralista che non uno federale. Da qui in poi il Mezzogiorno diventò una questione.

Ricorderete la celebre frase “abbiamo fatto l’Italia, adesso bisogna fare gli Italiani”, ecco, era una menzogna! C’erano già gli Italiani, e questi popoli italiani erano già Italia e sarebbero stati anche disponibili a renderla più unita. Però senza perdere la loro autonomia, la loro storia e le loro tradizioni. Non andò così, in Sicilia come nel resto del Meridione e d’Italia. Si fece sempre più largo una politica ed un’azione culturale anti-italiana, che andò contro la cultura dei popoli, tradendone principi e fondamenti. Inoltre lo Stato divenne sempre più accentratore, lo fu durante la monarchia, così come durante il ventennio fascista, lo è stato durante tutto il periodo repubblicano – nonostante qualche tentativo di segno opposto – e lo continua ad essere.

Anzi, di recente il popolo italiano ha scongiurato un ulteriore attacco alle autonomie locali ed ai corpi intermedi votando no al referendum costituzionale. Avesse vinto il sì oggi saremmo probabilmente qui a fare un discorso diverso. Non c’è da abbassare la guardia ovviamente ma, in ogni caso, sempre che non venga sospesa la democrazia, ad un certo punto arriverà pure il momento in cui il voto non potrà essere rimandato. Però intanto il popolo con il suo no ci ha detto qualcosa. Tocca adesso ad una classe dirigente adeguata ascoltarlo. Scegliere di stare con il popolo contro quei poteri forti che ieri come oggi ci odiano, odiano ciò che siamo, ciò in cui crediamo, odiano ciò che di più caro abbiamo come comunità, odiano la nostra identità e la nostra libertà, e per questo vogliono distruggerci.

Quello che vi ho mostrato potrebbe apparire un processo ormai irreversibile. Non è così! Possiamo ancora fare molto. Il Nord già da tempo porta avanti istanze federaliste, vi ho mostrato come anche in Sicilia vantiamo una tradizione di tutto rispetto, così è anche nel resto del meridione e in ogni parte d’Italia.

Torniamo a quel bivio, quando i popoli italiani furono trascinati sulla strada dello statalismo. Torniamo a quel bivio e imbocchiamo tutti insieme la strada giusta, quella dell’autonomia, della libertà, di uno Stato che non è più tiranno.

Che poi ci si sente italiani anche meglio senza uno stato che ci soffoca, così come ci si sente europei a prescindere dalla condivisione di una banca. Gli europei si sentono tali perché condividono la stessa cultura, perché hanno le stesse radici, che sono principalmente cristiane.

Del resto l’Europa è continente culturale, non geografico, diversamente non sarebbe nulla più di una penisola del continente asiatico. Dunque, ben venga un movimento federalista nazionale, in Italia e anche in Europa.

Sturzo vedeva nello Stato federalista la soluzione a molti mali, è stato una grande personalità, si merita credito, proviamoci!

Lasciamo al centro alcuni temi di interesse generale: la famiglia, la sicurezza, la regolazione dei flussi migratori, la moneta, la difesa dei confini, la giustizia, la politica estera. Tutto il resto vada alle autonomie locali.

Abbiamo già anche qualche strumento. In Sicilia abbiamo lo Statuto Siciliano che va proprio in questa direzione. Purtroppo fino ad oggi non è stato attuato. Peggio! È stato tradito! Siciliani, riscattiamolo e riscattiamoci. Ripartiamo dal nostro Statuto.

Tra l’altro anche in altre regioni sono in corso iniziative che vanno in questo senso. Ricordo la recente Proposta di Legge 116 del 2016 della Regione Veneto per la protezione delle minoranze nazionali, che mi sembra uno strumento utile per preservare la lingua e la cultura tipica in questo caso del Veneto, ma che potrebbe proporsi anche nelle altre regioni.

Leggevo ancora di recente un’intervista a Cristina Cappellini, Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia che spiegava bene come uno Stato centralista finisce per danneggiare le peculiarità culturali dei vari territori, anche questo è un problema che riguarda il nord come anche il sud Italia. E allora avanti con questo progetto!

Vorrei concludere lasciando tre parole chiave a tutti i presenti. Ho citato fin qui soprattutto siciliani, adesso mi piacerebbe citare un autore svizzero che mi è particolarmente caro, e in quanto svizzero qualcosa da dirci sul federalismo ce l’ha certamente.

Si tratta di Gonzague de Renoyld, storico e pensatore vissuto nel secolo scorso, del quale tra l’altro è uscita di recente in Italia una raccolta di suoi scritti dal titolo “La Casa Europa”, che consiglio vivamente di leggere perché è illuminante.

In un suo intervento sul federalismo a Losanna nel 1966 disse: “Il federalismo si basa su due principi: quello di libertà e quello di sovranità. Nessuna libertà ha valore se non è associata con la sovranità”.

Ecco, le tre parole che vorrei lasciarvi al termine di questo mio intervento sono queste: federalismo, libertà, sovranità. Per queste tre parole credo valga la pena impiegare ogni forza.

Viva la Sicilia, viva l’Italia dei popoli, viva l’Europa dei popoli e in bocca al lupo a tutti per questa nuova avventura che merita il più grande successo!

BLB

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